Malattie terminali: a cosa serve la terapia

Questo mio dono mi è stato dato per curare le sofferenze delle persone, ma ci ho messo parecchi anni per capire quanto vario possa essere il concetto di cura, anche nel caso di malattie terminali.

Quando certe malattie evolvono nel corpo fisico oltre un certo livello, il malato diventa “terminale”. A questo punto nulla è più possibile per tornare ad uno stato di guarigione. Allora non resta altro che agevolare il trapasso nel modo più sereno possibile, poiché la serenità è un aspetto fondamentale dello stato, del momento della persona che affronta, oltre alla sofferenza della malattia, e i nodi che l’anima ha da sciogliere. Per approfondire questo doloroso e delicato punto rimando alla lettura di questo estratto della testimonianza di un paziente affetto da una grave malattia che alla fine lo ha sopraffatto. Ma ciò che importa è stato il percorso che ha fatto che lo ha portato fino a lì.

Relazione finale M B 7-7-2011

Mi ricordo il tuo sorriso che nascondeva un immenso dolore. Un dolore lacinante nel corpo e nell’anima. Nel tuo corpo la malattia era aumentata marcando un dolore che mai ti ha abbandonato. Tu parlavi tra il sorriso e la lacrima ed aprivi la tua anima scoprendo la tua vera essenza. Non era solo la tua sofferenza che dilaniava il tuo corpo stanco, ma la sofferenza di tua moglie dei tuoi figli che ti vedevano sempre star male. Non più passeggiate con loro, il dolore fisico era troppo forte, non più salti sul lettone per i tuoi figli , non c’era morfina né oppio che poteva alleviare anche per un istante il tuo dolore. “Chi accudirà i miei figli, chi penserà a loro? Non che io sia indispensabile alla loro crescita, non perché essi mi appartengono, non perché la loro vita senza di me non continui, ma perché vorrei solo avere o vederli schioccare come frecce nella vita. Questa vita che è cosi dura nel suo cammino, ecco vorrei che non gli mancasse l’arco per lanciarli nella vita con grinta, con fede, con speranza caparbietà e perseveranza.

Cosi ti esprimevi negli ultimi tempi della tua vita.

Sono preoccupato per la mia sposa, la vedo sempre triste, sofferente e nello stesso tempo assente. Si assente non certo verso di me ma cerca di sradicare il dolore dedicandosi alla casa. “ Ti addormentasti per pochi secondi e di nuovo il dolore ti svegliò:” non ce la faccio più vivere con questo dolore che niente e nessuno può placare, è meglio andarsene vivere cosi non è vivere. “ Poi continuasti “ sai caro amico in questa malattia ho imparato a scoprire e accogliere una nuova speranza, una nuova fede, non so se chiamarla spiritualità ma di certo la mia profondità è cambiata, è viva reale concreta e non penso proprio perché ho bisogno di aiuto o perché ho paura. Anche se il dolore è elevato anche se la morfina mi intontisce una nuova forza è dentro me, un nuovo credo verso la vita. Ma sarà giusto quello che dico? Non sono nemmeno le parole più appropiate per descrivere ciò che ho dentro . non so se fa parte della religione o dall’assenza di un aiuto umano per la malattia che non riesce ad alleviare il dolore; ma senz’altro credo nella vita credo in ciò che vivo contemplo desidero giorno per giorno. Religiosamente mi dicono offri la tua sofferenza, ma io penso che non ho offerto il dolore ma la mia vita intera che vale molto di più il dolore. Il dolore fisico cosi esasperante lo offro perché lo porti via, qualunque fede sia qualunque religione sono stanco di soffrire. Stò lavorando fino all’ultimo respiro della mia vita, ho rifiutato l’invalidità perché sapevo che sarei caduto prima nell’abisso di sentirmi inutile. Io non mi sono mai sentito invalido anche se di agnosticamente lo sono, anche se il dolore fisico lo fa notare io non mi sono mai sentito invalido. Lo ho bisogno di soldi, lo so sarebbe più comodo ma mi sentirei morire prima del tempo, se devo lottare lotto fino in fondo. È un modo per non perdere la speranza , è un modo per dare significato ancora alla mia vita, per dar ragione ancora all’anima mia che mi spinge a dire che ancora il mio compito, il mio cammino, non è finito.

Quanti medici nel mio cammino, quanti medici alternativi sulla mia strada, quanti guaritori ho incontrato, quanti sacerdoti, quanti veggenti, quanti posti ho girato per dare ancora vita a questo corpo che non vuole vivere come la mia mente e l’anima mia vorrebbe. Ho trovato in queste persone tanto calore pur mischiato a parole gelide ed a volte senza un filo logico. Ma l’unico filo logico in tutto questo siamo io e te caro amico mio. Tu mi hai sempre dato speranza senza imbrogliarmi ed io ho una grande fiducia in te. Lo so che vorresti piangere con me ed invece sorridi sempre per darmi forza. Ci conosciamo da parecchi mesi ed ho imparato tante cose nascoste, ho avuto anche risposte alle mie domande sull’esistenza e sulla vita, ma ora parlami della morte! Non mi basta quel poco che so, voglio saperne di più anche i dettagli, voglio affrontarla conoscendola, che senso avrebbe aver la possibilità di conoscere ciò che ci attende e non volerlo conoscere. Perché dovrei aprire una porta che non so dove porta ,quando fin da ora ho la possibilità di conoscere. Ormai so che mi aspetta, la voglio conoscere e guardare. Si gurdarla in faccia come se fosse l’ultima malattia da sconfiggere da affrontare. Non mi bastano più le parole inferno, paradiso, purgatorio, voglio guardarla negli occhi ora, per capire che c’è qualcosa che va ben oltre a queste parole Anche se contengono una verità immensa.”

Io:” cosi dicevi caro amico mentre il tempo passava ed il dolore non lasciava mai il tuo corpo, la tua dimora, la tua casa. Finchè decidesti di andare a Lourds un viaggio per le tue condizioni doloroso e duro. Tutti speravano fino all’ultimo momento di un miracolo, non poteva una persona come te non strappare un miracolo a Dio. Tutti pensavano questo nel proprio cuore mentre ti apprestavi a compiere quel viaggio. Ma la in quella terra dove la speranza non muore mai la tua schiena crollò. Non riuscivi più a camminare e a stare in piedi mentre il dolore era sempre più insopportabile. Il reparto terapia del dolore dell’ospedale era entrato prepotentemente nella tua vita, malgrado la speranza non moriva mai.

Ed io? Io dove ero in tutto questo?. Io mi sentivo tradito ,ammaricato, impaurito, sconvolto,dall’ abbandono del cielo. Quello che ha insegnato il cielo è niente in confronto a quello che hai insegnato tu. Tu eri concreto nel tuo dolor eri concreto nella tua vita e non c’è insegnamento più grande. Tu cercavi nuove strade ed insegnamenti da percorrere da me, quando eri tu caro amico ad insegnare a me.

Mi hai insegnato la speranza, il sacrificio, a lottare contro il dolore, mi hai insegnato ad avere sempre fiducia nella vita, mi hai insegnato ad amare nel dolore.

Anche se speravo sempre del miracolo dell’ultimo minuto ero deluso ed arrabbiato dal mio credo dalla mia essenza dal cielo e dai miei “maestri”.

La malattia nei primi 6 mesi era regredita dando una speranza per il futuro veramente concreta. Ma dopo esplose in tutta la sua forza, perché far soffrire cosi un uomo ed in particolare un uomo come te? Perché non far vivere una persona cosi nobile?.

Negli ultimi mesi parlai con un “maestro” e mi disse:”lascia stare, perché ti ostinui a continuare una cura che non darà più esiti? Per una guarigione fisica che no avverrà? Vuoi lottare con Dio? Con il mosaico dell’universo?”.

Io:” dovrei smettere? Per far perdere o cadere l’ultima speranza? Voglio lottare fino in fondo anche contro il disegno dell’universo. anche contro il mosaico di Dio.non voglio tralasciare nemmeno la più piccola speranza, non voglio far perdere a mio caro amico l’unico sostegno per sollevarsi psicologicamente. Non voglio lasciarlo solo anche se non avrà nessuna concretezza nessuna realtà. Voglio lottare con lui per donargli ancora un sorriso e cercarlo di liberarlo da quel dolore. Ma voi del cielo cosa fate? Oltre che venire qui con queste parole gelide? Il vostro mosaico, il vostro disegno non ha cuore! Anzi non siete nemmeno in grado di spiegarlo. Noi siamo in grado di capire benissimoo se ci date una spiegazione o pensate che non possiamo capire? Be se lo pensate tenetevi il vostro mosaico perché se l’uomo è in grado di sopportare un dolore cosi immenso causato dalla malattia è oltraggioso per l’uomo stesso pensare che non siamo in grado di capire il vostro mosaico che sia divino o non divino. Oltretutto ad una persona come lui che ha dato tutto se stesso nel bene. Sai che ti dico? È meglio un semplice uomo che mette a disposizione tutto se stesso sapendo che sarà tutto vano piuttosto che un maestro divino con capacità ultraterrene che non fa niente per cambiare questo dolore. Se dopo anni di assenza devi venirmi a dire questo torna pure da dove sei venuto con il tuo disegno divino. Il mio amico si che è un maestro in quel dolore insopportabile non te non voi. Non so che farmene di questa non spiegazione l’unica cosa che posso dire grazie che nei mesi dove la malattia è regredita la sua speranza ha avuto un grande slancio. Ma anche questo è da capire : perché dare una grande speranza che sta diventata certezza e poi toglierla? Forse gli serviva questo per continuare il suo cammino? Forse gli serviva questo per concludere il suo karma? Ne avrei altre mille e mille domande da fare ma tu vieni a dire: il grande mosaico divino. Tieni tenetevi il vostro mosaico il vostro disegno io resto a lottare contro questo mosaico, e non venire più a dirmi queste parole.”[/read]

Serenità

Recuperare la serenità vuol dire dare un senso ad una condizione di difficile accettazione, come le malattie terminali, mettere tutti gli strati del corpo in armonia per minimizzare gli effetti devastanti della consapevolezza della fine.

E’ una condizione che impone di chiedersi di più sul senso della vita, sul valore o meno della sofferenza che, come ho visto in diversi casi, a volte si trasforma in una serena accettazione di quella che è la vita intera, non solo quella biologica.

Fede

E’ una questione di “FEDE”, non necessariamente religiosa, che allarga lo scopo della vita non solo nella condizione biologica, ma più olistica, che apre a domande su cosa succede dopo la vita, se è tutto qui.

Grazie alla terapia ho visto persone affette da una malattia terminale raggiungere uno stato di pace e consapevolezza che ha quasi trasformato l’esperienza dolorosa in qualcosa di positivo, di accettabile. E’ difficile da credersi, eppure è successo anche questo.

La parola FINE ha senso solo in un sistema dove il tempo scorre, ma nel mondo dove vado quando faccio le terapie il tempo non esiste, rendendo la parola fine senza significato. Ognuno dovrebbe fare una propria esperienza nel mondo sottile delle energie, il lato B della vita biologica, per avere un rapporto personale con questo senso allargato dell’esistenza, ma non è così, ecco perché ci si avvale della facoltà di avere FEDE.

 

No Comments

Post a Comment

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: